venerdì 20 aprile 2012

Tornare a casa

Il giorno dopo la devastante esperienza del pranzo di ferragosto è passato quasi sotto silenzio: ognuno ha cercato e trovato gli spazi di solitudine che desiderava, ritagliandosi momenti di necessario riposo. 
Mia cugina e suo marito sono ripartiti di buon'ora, preparandosi scorte di cibo per il viaggio, neanche dovessero affrontare il deserto della Mongolia centrale.
Mia sorella, Giovanni e il resto della loro banda hanno optato per spiaggia, spiaggia, spiaggia, probabilmente con l'intento di sfiancare i due piccoli mostri.


Marco e David hanno raggiunto dei loro amici a Siracusa per una giornata in barca.Io e mio marito, finalmente, siamo andati a Cefalù, che era da un pezzo che volevamo vederla. Abbiamo trovato un ristorante piccolino con vista sul mare e ci siamo goduti profumi, colori e cibo, accompagnati da chiacchiere rilassanti sulla preziosità di una vita a due (e basta). Gli ho parlato dell'idea di organizzare una serata siciliana al Violet non appena fossimo rientrati e lui, estasiato dalle prelibatezze appena gustate, si è dimostrato subito entusiasta.

Così, anche solo a parlarne, mi è venuta una gran nostalgia del mio locale: la scala che prelude all'accogliente sala illuminata quel tanto che basta, il divano rosso, l'angolo delle poltroncine viola con le librerie piene e soprattutto il bancone dove spillare le mie adorate birre. Per l'autunno in arrivo, poi, il mastro birraio mi ha promesso due ricette nuove, oltre a tutti i classici che ormai sono una certezza del Violet Hole. Mancavano solo tre giorni al rientro. Tre. Un numero perfetto. A volte.

Rientrati da Cefalù in serata, ci siamo fatti una doccia, messi dei vestiti comodi e siamo usciti a fare due passi con i cani. Una di quelle cose che quando le facciamo a casa risultano essere spesso faticose, perché le due bestiole normalmente si sentono in competizione, a camminare uno in fianco all'altra, e quindi accelerano e tirano per poter stare davanti. Ma si vede che il caldo siciliano ha stroncato persino le loro velleità da primo della classe e, riconducendoli a ben più miti consigli, li ha placati.
La serata era una di quelle limpide e perfette serate in Sicilia in cui pensi che è davvero merito di tutto quel sole, se i profumi resistono e persistono anche con il buio; e che anche le pietre delle chiese, o il lastricato traballante di certe vie, sono depositari di stratificazioni di odori che qui si rincorrono da secoli.
Dunque l'amenità faceva sorridere i nostri volti e ci preparavamo a goderne in silenzio quanto più possibile. Finché. Arrivati davanti a un belvedere che davvero impediva a qualunque parola di uscire a mostrarsi inadeguata, ci siamo seduti su una panchina, i cani ai nostri piedi.
All'improvviso, come spuntata dall'altra faccia della bellezza, è arrivata una vecchina, il volto pieno di belle rughe, un abito di cotone bianco e sandali leggeri di cuoio ai piedi. Ci stavamo lanciando in un educato buonasera, quando abbiamo abbassato gli occhi sull'essere che le viaggiava accanto, al termine di un guinzaglio: un chihuahua.
Ora, come molti sanno, questa razza di cani ama quasi esclusivamente la compagnia di altri chihuahua, e si diletta a lanciarsi contro tutti gli altri, soprattutto se più grandi, al solo scopo di dare spazio al suo ego decisamente smisurato. Quindi noi, d'istinto, abbiamo stretto le mani attorno ai guinzagli, pronti a dileguarci se la situazione fosse degenerata. Come previsto, infatti, il piccoletto, adocchiati i nostri con uno strabuzzamento di occhi che sfidava le leggi fisiche, ha ben pensato di avventarcisi contro, abbaiando furiosamente e poi mostrando i denti quando i nostri hanno fatto cenno di girare la testa verso di lui. Non si sono neanche alzati (è pur vero che quando a casa c'è stata una scossa di terremoto l'anno scorso, loro dormivano e hanno continuato a farlo, con il pavimento che sembrava gelatina e il lampadario che ondeggiava come fossimo stati sul Titanic: come dire, preòccupati delle cose importanti, questa finisce presto e senza conseguenze, non vale la pena di darsi troppo pensiero) provocando nel piccoletto un aumento della salivazione e del movimento dei bulbi oculari fuori e dentro dalle loro orbite.
La signora ci guardava, ferma in piedi come una statua di un tempio greco: le braccia distese lungo i fianchi, le mani congiunte sul guinzaglio, la schiena dritta, lo sguardo fisso su di noi (e il cane, ormai roco per il troppo abbaiare, ancora saltellante). Poi, dopo un minuto o due, ha sorriso benevola e si è seduta accanto a noi sulla panchina. "Scusate, nel buio non riuscivo a vedere bene il colore della vostra pelle. Buonasera". Raggelata leggermente dalla sua affermazione, non ho saputo rispondere altro che: "Buonasera" seguita da un flebile sussurro di mio marito. La donna si è lasciata andare contro lo schienale della panchina, con un sospiro rilassato. Io, invece, mi sono tirata su, all'erta. In compenso il suo cane aveva smesso di produrre suoni perforanti. "Oggigiorno, sapete, è bene fare attenzione a chi s'incontra, soprattutto di sera. L'ho capito dopo tanti anni, ma l'ho capito. Io sono svizzera. Mi sono trasferita qui per amore di mio marito". "È un posto meraviglioso, è stata fortunata, poteva capitare a Busto Arsizio". Io certe volte dovrei proprio imparare a star zitta (ho sentito chiaramente lo sguardo di mio marito perforarmi una scapola). "Ah sì, devo dire che ho fatto una bella vita, mio marito era un nobile, d'animo e nei fatti".
Sarò romantica, sarà che il posto induceva al romanticismo, fatto sta che ho lasciato che le mie labbra si aprissero in un sorriso. Stavo quindi per invitarla a raccontarci di come si fossero conosciuti, dell'emozione di ritrovarsi a calpestare il suolo di questa terra magica accanto all'uomo che amava, quando lei ha parlato: "Ma ora che è morto, mi sento così sola, qui. Per questo ho preso Rosy" sguardo tenero alla piccola vipera seduta sui suoi piedi "e per questo ho deciso di tornare a casa, in Svizzera. Lì c'è ancora mia sorella, e i miei cinque nipoti. Qui, invece..."
Il mio cuore s'inteneriva, lo ammetto: avrà avuto più di ottant'anni, la voce le tremava un pochino, le sue mani ossute accarezzavano i capelli, nel tentativo di metterli in ordine. Emanava un sottile profumo di viole.
Così la mia voce è uscita ancora una volta spontanea: "Be', certo, lo capisco. Qui solo ricordi, lì, invece, la famiglia, gli affetti. E poi la Svizzera non dev'essere cambiata molto, magari ritroverà anche i suoi paesaggi..." (e mi sentivo anche piuttosto intelligente a dire queste idiozie, anzi di più, a provocare l'abbattimento del colpo finale).
Perché lei si è girata verso di me, mi ha guardato dritta negli occhi e ha detto: "No, si sbaglia. Purtroppo anche la Svizzera è cambiata. Sono passati i bei tempi in cui vi circolavano i treni con le svastiche!"
Ed è rimasta ferma, a osservare l'effetto della sua affermazione su di me.
Mio marito si è alzato di scatto, tanto che il cane ha preso paura. "Temo davvero che per noi si sia fatto tardi". Io, ancora sbigottita, mi sono alzata e, questa volta senza dire una sola parola, l'ho seguito verso casa.

giovedì 2 febbraio 2012

Tentacoli

Finalmente la situazione era tornata alla normalità (se si può definire normale un balletto a sessualità mista con indumenti minimi addosso, l'ammissione di un desiderio straziante per una creatura diversa da mio marito proprio a mio marito e il volo angelico a totale colpa dei miei cani con aggiunta di leccate e zampate) e ci eravamo decisi a metterci a tavola. Io sono finita vicino a Maurizio, che ha osservato almeno dieci minuti di silenzio per rendere gli altri partecipi del suo dolore.


Questo mi ha concesso di mangiare in pace almeno quattro mezzi panini spalmati di burro e alici e almeno sei micro-involtini di pesce spada che mio fratello aveva comprato già pronti dal buon Salvatore, battendo sul tempo le bambine di mia cugina, che per vendicarsi si sono fatte fuori tutte le frittelle di verdure, a due alla volta. Quindi la mia pancia cominciava a tendere - seppur leggermente - il famigerato vestito azzurro polvere, maculato dalle impronte dei miei cani, e il vino fresco che avevo cominciato a sorseggiare si dava da fare per migliorare il mio umore. Cominciavo quasi a rilassarmi. Mia sorella Diletta sedeva di fronte a me, e Cosetta era accanto a lei; mi pareva che chiacchierassero di bambini e di come fosse difficile tenerli lontani dalle tentazioni consumistiche del mondo moderno. A quel punto, corroborata dal cibo e dalla bevanda, non mi sono accorta della trappola per topi che le due stavano inconsciamente sistemando ai miei piedi e mi sono incautamente introdotta nella conversazione: "Ti ricordi, Diletta, al mio compleanno? Il povero Giovanni ti telefonava per chiederti come fare a staccare Claudia da 'Sex and the city'...' È stato come ordinare alle forze oscure dell'universo di procedere con la seconda fase della glaciazione terrestre: con la mia proverbiale visione panoramica, derivante da tante sere passate nel mio locale a tenere sotto controllo la situazione, ho visto forchette fermarsi a mezz'aria, sorsi di vino interrompere il loro viaggio verso lo stomaco proprio a metà della laringe, parole lasciate senza compimento dopo una sola sillaba e occhi sgranarsi come se fosse entrato in casa un mammut. Decisamente qualcosa continuava a remare contro di me. Forse il mio stesso locale, il Violet Hole, mi rivoleva indietro e cercava di persuadermi ad abbandonare una vacanza davvero faticosa. Mio fratello Marco ha rotto l'incanto alzandosi per andare a controllare la cottura della 'lasagna di pesce' e David, piccolo vigliacco, l'ha seguito a ruota. Ma sempre nel massimo silenzio. Mi pareva di riuscire ad ascoltare l'erba che cresceva nel giardino. Ho coraggiosamente afferrato il mio bicchiere di vino e me lo sono portato alle labbra, nella speranza di interrompere quel fermo immagine irreale; intanto sentivo come un punteruolo conficcarmisi nel collo, proveniente dalla parte in cui c'era Maurizio. Alla mia destra, Claudia ha tossicchiato, piano piano, e ha abbassato gli occhi sul piatto: di certo stava organizzando un contrattacco, ma al momento era muta. È stata Cosetta la prima a parlare, volgendosi lentamente verso mia sorella, con l'aspetto che deve avere avuto Dio quando si è accorto che Lucifero non se ne stava seduto lì per cantargli lodi, anzi. "Hai lasciato i bambini da soli con Giovanni?" Mia sorella è parsa quasi sollevata e si è illusa che fosse proprio una domanda: "Be', dovevo organizzare il compleanno di Rebecca, come avrei potuto..." Mio fratello è scattato su dalla posizione accovacciata e partecipe che aveva assunto davanti al forno: "Organizzare... Dare un contributo, dare un'idea, sì, ma ORGANIZZARE..." Mia sorella, che quando uno si permette di contrastare l'idea che lei ha di quello che fa, normalmente subisce una mutazione genetica in Medusa, non è riuscita a resistere alla violenza dell'ira che si era impossessata di lei: "Certo, certo" e le sue corde vocali hanno prodotto vibrazioni simili a quelle che fanno i 45 giri mandati al rovescio "non mi ricordo bene: chi è stata l'unica in grado di tirare su Rebecca e quella dannata altalena? Tuuuu? O David? O quella specie di bellimbusto che Rebecca si tiene nel locale?" Mi è sembrato doveroso saltar su scandalizzata in difesa del mio prezioso ragazzo e anche dell'uso della lingua italiana: "Bellimbusto?!?!?! Attenta a come parli, quel ragazzo è prezioso per il mio Violet!" La mancanza di ulteriori argomenti a favore del ragazzo in questione ha concesso un bel vantaggio a Diletta: "Prezioso? Prezioso è il suo stipendio, considerando quello che si beve!" Claudia, accanto a me, manteneva un curioso silenzio, forse felice che l'attenzione fosse stata deviata dai suoi capricci per 'Sex and the city'. In compenso Maurizio si è riscosso dal suo passatempo del momento, che consisteva nel conficcare cunei immaginari nel mio collo, e ha pensato di dire la sua: "Lavori con un ragazzo che beve?" "Ho una birreria, mica una cartiera" ho risposto piccata. Ma lui non ha mollato: "E menomale, se no che faceva, fumava?" E poi, pietosamente, il campanello del timer del forno ha suonato, forte, forte, forte. Le facce di tutti si sono voltate verso mio fratello e verso David che stavano come belle statuine immobili davanti al forno, le mani dentro guanti imbottiti. Risvegliati dall'improvvisa attenzione, i due si sono girati e piegati all'unisono verso lo sportello ed evitando per miracolo di scoccarsi una testata, hanno aperto lo sportello e tirato fuori la teglia: il profumo che ne è uscito ha momentaneamente disteso gli animi. Momentaneamente, però. Ricordate quanto lavoro era costato preparare quella dannata 'lasagna'? Quanto tagliare, bollire, sgusciare, cucinare, rimestare, assaggiare, continuare a cuocere, eccetera eccetera? Ecco, tutta quella fatica era negli occhi orgogliosi di Marco, di David e miei, indimenticata, certo, ma superabile dall'apprezzamento dei presenti - e se fosse stato possibile, da lodi sperticate - ma tant'è, il destino aveva deciso diversamente. Le piccole pastorelle assatanate di cibo - dagli improbabili nomi Adriana e Esther, uno colpa di una nonna, l'altro della Bibbia - sono saltate su, si fa per dire, vista la mole, dalle sedie, urlando: "Io tanta, io tanta! Ho fame!" Non ci crederete, ma Cosetta ha preso un piglio da matrigna di Cenerentola e ha detto: "Ma bambine!" Persino Claudia si è messa a ridere (ma di nascosto, aveva ancora sulla testa la possibile punizione per 'Sex and the city') accompagnata, lo dico con orgoglio, da mio marito. Ho sentito distintamente il collo e la faccia di Maurizio allungarsi - se possibile - ancora di più, nel tentativo di reprimere uno scoppio d'ira e guardare la moglie come se l'avesse sorpresa a picchiarle (cosa che non avrebbe nuociuto, né all'una né all'altra, per la verità) prima di dire: "Se hanno fame, è giusto che mangino. O no?" "Certo," è intervenuto Giovanni (!) facendo voltare tutte le facce verso di lui come se si fossero accorti solo in quel momento della sua presenza e non la stessero giudicando del tutto opportuna. "Voglio dire, siamo qui per questo, no?" ha ridacchiato, poveretto, ed è diventato tutto rosso, si vede che non è abituato ad esprimere la sua opinione e men che meno ad avere tutta quella attenzione concentrata su di lui. "Ce n'è per tutti," ho detto io "non preoccupatevi". Dopo aver sfamato tutti i bambini - venendo meno alla principale regola educativa che dice che bambini e cani mangiano dopo gli adulti, ma tant'è - ci siamo serviti noi e abbiamo cominciato a mangiare. All'inizio troppo impegnata a degustare quella meraviglia al palato di armonie di sapori, non mi sono accorta di quello che faceva Maurizio. Poi, alzando gli occhi verso Marco e vedendo la sua espressione, simile a quella che faccio vedendo un cliente che restituisce il bicchiere di birra mezzo pieno, mi sono lentamente voltata e sono inorridita: Maurizio stava separando il pesce dalle crepes, per identificare e mangiare UNO ALLA VOLTA, all'interno del mucchietto, quello che non era stato tagliato (gamberetti, vongole e cozze). Ogni due molluschi mangiava un pezzetto di crepes e poi ci dava dentro con la ricerca di un gamberetto, così, tanto per variare. Alla fine - giunta, come potete immaginare, molto presto - nel suo piatto è rimasta appunto una piramide di meraviglia, per tagliare e cucinare la quale avevamo impiegato tanta fatica. Sua moglie Cosetta teneva gli occhi bassi sul suo piatto, temendo che il suo sostegno, anche muto, avrebbe contribuito a farlo parlare. Ma Maurizio non ha bisogno del sostegno di nessuno per fare quello che vuole e, appena Diletta ha finito di complimentarsi con noi cuochi, lui ha preso la parola per esprimere questa perla di saggezza: "Non mangio pesci con i tentacoli, mi fanno impressione, chissà cosa raccattano..." E sorrideva, tutto tronfio, anche. Come prima avevo sentito l'erba crescere, in quel momento sentivo i pensieri di tutti raccordarsi all'unisono su un'unica parola, che di lì a poco sarebbe uscita, svolazzando nell'aria e colpendolo in faccia con violenza, se Adriana - o Esther, non le distinguo bene, per la verità - non avesse esclamato: "Io sì! Io mangio tutto, dammi qua, papà!" La mano di Dio, a volte, si posa anche sulle teste degli atei e i suoi effetti, a dirla tutta sono proprio grandiosi.