Il giorno dopo la devastante esperienza del pranzo di ferragosto è passato quasi sotto silenzio: ognuno ha cercato e trovato gli spazi di solitudine che desiderava, ritagliandosi momenti di necessario riposo.
Mia cugina e suo marito sono ripartiti di buon'ora, preparandosi scorte di cibo per il viaggio, neanche dovessero affrontare il deserto della Mongolia centrale.
Mia sorella, Giovanni e il resto della loro banda hanno optato per spiaggia, spiaggia, spiaggia, probabilmente con l'intento di sfiancare i due piccoli mostri.
Mia sorella, Giovanni e il resto della loro banda hanno optato per spiaggia, spiaggia, spiaggia, probabilmente con l'intento di sfiancare i due piccoli mostri.
Marco e David hanno raggiunto dei loro amici a Siracusa per una giornata in barca.Io e mio marito, finalmente, siamo andati a Cefalù, che era da un pezzo che volevamo vederla. Abbiamo trovato un ristorante piccolino con vista sul mare e ci siamo goduti profumi, colori e cibo, accompagnati da chiacchiere rilassanti sulla preziosità di una vita a due (e basta). Gli ho parlato dell'idea di organizzare una serata siciliana al Violet non appena fossimo rientrati e lui, estasiato dalle prelibatezze appena gustate, si è dimostrato subito entusiasta.
Così, anche solo a parlarne, mi è venuta una gran nostalgia del mio locale: la scala che prelude all'accogliente sala illuminata quel tanto che basta, il divano rosso, l'angolo delle poltroncine viola con le librerie piene e soprattutto il bancone dove spillare le mie adorate birre. Per l'autunno in arrivo, poi, il mastro birraio mi ha promesso due ricette nuove, oltre a tutti i classici che ormai sono una certezza del Violet Hole. Mancavano solo tre giorni al rientro. Tre. Un numero perfetto. A volte.
Rientrati da Cefalù in serata, ci siamo fatti una doccia, messi dei vestiti comodi e siamo usciti a fare due passi con i cani. Una di quelle cose che quando le facciamo a casa risultano essere spesso faticose, perché le due bestiole normalmente si sentono in competizione, a camminare uno in fianco all'altra, e quindi accelerano e tirano per poter stare davanti. Ma si vede che il caldo siciliano ha stroncato persino le loro velleità da primo della classe e, riconducendoli a ben più miti consigli, li ha placati.
La serata era una di quelle limpide e perfette serate in Sicilia in cui pensi che è davvero merito di tutto quel sole, se i profumi resistono e persistono anche con il buio; e che anche le pietre delle chiese, o il lastricato traballante di certe vie, sono depositari di stratificazioni di odori che qui si rincorrono da secoli.
Dunque l'amenità faceva sorridere i nostri volti e ci preparavamo a goderne in silenzio quanto più possibile. Finché. Arrivati davanti a un belvedere che davvero impediva a qualunque parola di uscire a mostrarsi inadeguata, ci siamo seduti su una panchina, i cani ai nostri piedi.
All'improvviso, come spuntata dall'altra faccia della bellezza, è arrivata una vecchina, il volto pieno di belle rughe, un abito di cotone bianco e sandali leggeri di cuoio ai piedi. Ci stavamo lanciando in un educato buonasera, quando abbiamo abbassato gli occhi sull'essere che le viaggiava accanto, al termine di un guinzaglio: un chihuahua.
Ora, come molti sanno, questa razza di cani ama quasi esclusivamente la compagnia di altri chihuahua, e si diletta a lanciarsi contro tutti gli altri, soprattutto se più grandi, al solo scopo di dare spazio al suo ego decisamente smisurato. Quindi noi, d'istinto, abbiamo stretto le mani attorno ai guinzagli, pronti a dileguarci se la situazione fosse degenerata. Come previsto, infatti, il piccoletto, adocchiati i nostri con uno strabuzzamento di occhi che sfidava le leggi fisiche, ha ben pensato di avventarcisi contro, abbaiando furiosamente e poi mostrando i denti quando i nostri hanno fatto cenno di girare la testa verso di lui. Non si sono neanche alzati (è pur vero che quando a casa c'è stata una scossa di terremoto l'anno scorso, loro dormivano e hanno continuato a farlo, con il pavimento che sembrava gelatina e il lampadario che ondeggiava come fossimo stati sul Titanic: come dire, preòccupati delle cose importanti, questa finisce presto e senza conseguenze, non vale la pena di darsi troppo pensiero) provocando nel piccoletto un aumento della salivazione e del movimento dei bulbi oculari fuori e dentro dalle loro orbite.
La signora ci guardava, ferma in piedi come una statua di un tempio greco: le braccia distese lungo i fianchi, le mani congiunte sul guinzaglio, la schiena dritta, lo sguardo fisso su di noi (e il cane, ormai roco per il troppo abbaiare, ancora saltellante). Poi, dopo un minuto o due, ha sorriso benevola e si è seduta accanto a noi sulla panchina. "Scusate, nel buio non riuscivo a vedere bene il colore della vostra pelle. Buonasera". Raggelata leggermente dalla sua affermazione, non ho saputo rispondere altro che: "Buonasera" seguita da un flebile sussurro di mio marito. La donna si è lasciata andare contro lo schienale della panchina, con un sospiro rilassato. Io, invece, mi sono tirata su, all'erta. In compenso il suo cane aveva smesso di produrre suoni perforanti. "Oggigiorno, sapete, è bene fare attenzione a chi s'incontra, soprattutto di sera. L'ho capito dopo tanti anni, ma l'ho capito. Io sono svizzera. Mi sono trasferita qui per amore di mio marito". "È un posto meraviglioso, è stata fortunata, poteva capitare a Busto Arsizio". Io certe volte dovrei proprio imparare a star zitta (ho sentito chiaramente lo sguardo di mio marito perforarmi una scapola). "Ah sì, devo dire che ho fatto una bella vita, mio marito era un nobile, d'animo e nei fatti".
Sarò romantica, sarà che il posto induceva al romanticismo, fatto sta che ho lasciato che le mie labbra si aprissero in un sorriso. Stavo quindi per invitarla a raccontarci di come si fossero conosciuti, dell'emozione di ritrovarsi a calpestare il suolo di questa terra magica accanto all'uomo che amava, quando lei ha parlato: "Ma ora che è morto, mi sento così sola, qui. Per questo ho preso Rosy" sguardo tenero alla piccola vipera seduta sui suoi piedi "e per questo ho deciso di tornare a casa, in Svizzera. Lì c'è ancora mia sorella, e i miei cinque nipoti. Qui, invece..."
Il mio cuore s'inteneriva, lo ammetto: avrà avuto più di ottant'anni, la voce le tremava un pochino, le sue mani ossute accarezzavano i capelli, nel tentativo di metterli in ordine. Emanava un sottile profumo di viole.
Così la mia voce è uscita ancora una volta spontanea: "Be', certo, lo capisco. Qui solo ricordi, lì, invece, la famiglia, gli affetti. E poi la Svizzera non dev'essere cambiata molto, magari ritroverà anche i suoi paesaggi..." (e mi sentivo anche piuttosto intelligente a dire queste idiozie, anzi di più, a provocare l'abbattimento del colpo finale).
Perché lei si è girata verso di me, mi ha guardato dritta negli occhi e ha detto: "No, si sbaglia. Purtroppo anche la Svizzera è cambiata. Sono passati i bei tempi in cui vi circolavano i treni con le svastiche!"
Ed è rimasta ferma, a osservare l'effetto della sua affermazione su di me.
Mio marito si è alzato di scatto, tanto che il cane ha preso paura. "Temo davvero che per noi si sia fatto tardi". Io, ancora sbigottita, mi sono alzata e, questa volta senza dire una sola parola, l'ho seguito verso casa.
Ed è rimasta ferma, a osservare l'effetto della sua affermazione su di me.
Mio marito si è alzato di scatto, tanto che il cane ha preso paura. "Temo davvero che per noi si sia fatto tardi". Io, ancora sbigottita, mi sono alzata e, questa volta senza dire una sola parola, l'ho seguito verso casa.

